Analisi Fmi sul costo del lavoro in Asia

La Cina non è più il Paese asiatico preferito dalle imprese che devono delocalizzare produzioni ad alto contenuto di manodopera. Sia che investano direttamente (caso più raro), sia che cerchino subfornitori a cui affidare la fabbricazione di prodotti e componenti.

Il dato emerge chiaramente dalla tabella, relativa al 2010, compilata dal Fondo Monetario Internazionale sul costo del lavoro in Asia, basata sui salari minimi di 15 Paesi asiatici emergenti. La Cina figura tra quelli più "cari", superata soltanto (ma di poco) dalla Thailandia oltre che dalla Malaysia che ormai è entrata decisamente nello scaglione dei Paesi "intermedi".

Questa la situazione del costo del lavoro annuo compresi i contributi (l’incidenza dei contributi su lordo viene indicata tra parentesi).

  • Myanamar 401 -
  • Cambogia 672 -
  • Bangladesh 798 -
  • India 993 (10%)
  • Pakistan 1.052 (7%)
  • Indonesia 1.089 (6%)
  • Vietnam 1.152 (15%)
  • Laos 1.157 (9,5%)
  • Sri Lanka 1.619 -
  • Nepal 1.889 -
  • Mongolia 2.004 -
  • Filippine 2.246 (9,4%)
  • Cina 2.250 (50%)
  • Thailandia 2.451 (6,9%)
  • Malaysia 5.824 (23%).

Fonte: FMI

In alcuni paesi, come la Cambogia, il costo del lavoro è pari a un terzo di quello cinese. Ma c’è di più. Non solo in Cina il costo delle risorse umane sta rincarando, ma è sempre più difficile trovarle, soprattutto nelle localizzazioni più frequentate scelte dagli operatori stranieri: le città del Delta del Fiume delle Perle, Shanghai, le Province dello Zhejiang e del Jangsu dove continuano a spuntare come funghi nuovi Parchi industriali. Le aziende si contendono i lavoratori (e i manager) e ormai il turnover ha raggiunto livelli endemici.

“Anche alle Job Fairs, dove abbiamo modo di incontrare chi cerca lavoro, ormai sono più numerose le aziende che i candidati che si presentano”, spiega la manager italiana di un’azienda che produce lastre per litografia.

Fino a poco tempo fa la grande riserva di manodopera della Cina era rappresentata dall’afflusso nelle città costiere di milioni di contadini, provenienti dalle Province interne, senza diritti di residenza permanente ed esclusi da qualsiasi forma di protezione sociale. Ma da alcuni anni il Governo cinese sta cercando di riequilibrare la geografia della crescita economica e in parte ci sta riuscendo. Il risultato è che l’emigrazione non è più l’unica scelta per queste persone. E infatti, nelle città dell’interno, la situazione del mercato del lavoro è più equilibrata.

Ma sono ancora poche le aziende straniere che decidono di addentrarsi nel Paese. Perché nella fascia costiera si trova tutto: fornitori, clienti, servizi e banche efficienti, colleghi europei e di altri Paesi, scuole per stranieri. Nelle Province interne è un po’ diverso...

In Cina sta anche aumentando il potere contrattuale dei dipendenti il cui primo obiettivo è di sfuggire alla trappola del salario minimo, che peraltro ha registrato significativi aumenti, che variano da Provincia a Provincia, ma che in alcune Città costiere, nell’ultimo anno hanno raggiunto il 18%.
Ad esempio a Ningbo, il principale porto della Provincia dello Zhejiang, il salario d’ingresso è attorno ai 200 dollari al mese a cui occorre aggiungere un ulteriore 50% di assicurazione malattie, infortuni, fondi pensione obbligatori. Si superano così i 300 dollari.

Cominciano a emergere anche gli effetti della legge sui contratti del lavoro approvata tre anni fa dal Governo cinese, in cui per la prima volta si definiscono con chiarezza:

  • durata dell’apprendistato
  • diritto a liquidazione in caso di licenziamento
  • pagamento degli straordinari e limiti agli straordinari
  • procedure di conciliazione e arbitrato in caso di conflitti
  • obbligo per il datore di lavoro di redigere un contratto di assunzione, ecc.

Per chi basa i suoi calcoli soltanto sul costo del lavoro diretto, ormai la Cina non è più il Paese a cui guardare. Diverso il discorso per chi invece considera l’intero processo di creazione del valore, includendo le cosiddette ”supply chain”, cioè la fornitura locale di semilavorati e componenti. E’ su questo fronte che la Cina gioca omai la sua capacità competitiva.

In collaborazione con Radiocor – Il Sole 24 Ore