Esportare dalla Serbia senza dazio in Russia e Turchia

In questi anni la diplomazia economica di Belgrado è riuscita a concludere una serie di accordi commerciali bilaterali particolarmente interessanti per le imprese straniere, incluse quelle italiane, che decidono di investire nel Paese.

Sotto il profilo doganale, l’accordo di partnership siglato con l’Unione Europea consente ai prodotti serbi di accedere ai mercati UE in esenzione di dazio.

Federazione Russa

Belgrado ha siglato anche altri accordi che consentono di entrare in alcuni mercati di rilevanza strategica a condizioni più favorevoli di quelle accordate all’Italia e ai Paesi UE. Quello che interessa maggiormente le imprese italiane è con la Russia. Prevede l’ingresso in questo Paese a tariffa zero per prodotti fabbricati in Serbia che coprono oltre il 95% delle voci doganali. In pratica, le aziende italiane che producono in Serbia quando si presentano alle frontiere russe possono accedere allo stesso trattamento privilegiato accordato a quelle che appartengono alla Confederazione degli Stati Indipendenti (CSI) come Bielorussia o Kazakistan.

Questo privilegio può stupire, ma ha radici politiche. La Russia considera tuttora la Serbia come il suo maggiore partner in Europa Occidentale a cui è legata da una serie di accordi e iniziative in campo economico (investimenti diretti soprattutto nel settore dell’energia), militare (forniture e prestiti), scientifico e via dicendo. E Mosca, per evitare il distacco di Belgrado dalla propria area di influenza, non ha esitato ad aprire le sue frontiere commerciali. Tanto più che il saldo dell’interscambio tra i due Paesi resta comunque a favore della Russia.

L’accordo risale ormai a una decina di anni fa ed è stato più volte rinnovato con una graduale estensione della lista dei prodotti che possono entrare in esenzione di dogana. Nel 2009, ad esempio, sono stati aggiunti elettrodomestici, medicinali, birra, succhi di frutta, coperte, piumini, ecc . La condizione è che almeno il 51% del valore del prodotto sia fabbricato in Serbia, sulla base di un certificato di origine (Form A).

Le eccezioni sono poche anche se di rilievo: riguardano la produzione di auto e mezzi di trasporto (ma non di componenti), i compressori e le pompe a vuoto d’aria, i tessuti in cotone e misto cotone/sintetico, televisori.

Mosca ha annunciato anche la liberalizzazione per il mercato dei mobili (voce 94 del codice Taric). L’apertura dovrebbe diventare operativa entro la fine del 2011. In Serbia, grazie al basso costo delle manodopera e alla disponibilità di materia prima, operano una decina di produttori italiani di mobili (in particolare imbottiti), tra cui il gruppo Fantoni. Finora, l’unica possibilità che avevano di beneficiare degli accordi doganali con la Russia, era di esportare kit ‘smontati’ facendoli passare per semilavorati in legno (voce 44 del codice TARIC).

Attualmente le esportazioni della Serbia, in direzione della Russia (e della CSI) per quanto in crescita, restano su livelli tutto sommato contenuti: sono stati 600 milioni di euro nel 2010. Il dato si spiega con due fattori. Da un lato la “stabilizzazione” dell’economia serba e il processo di privatizzazione che ha aperto il Paese anche agli investitori esteri è relativamente recente. Si aggiunge la strutturale debolezza delle imprese locali: “Abbiamo aziende troppo piccole che hanno difficoltà ad affrontare un mercato delle dimensioni di quello russo”, spiega il presidente della influente Camera di Commercio Nazionale serba (PSK), Milos Bugarin. Esistono comunque rilevanti eccezioni: ad esempio la Impol Seval, che produce estrusi e laminati in alluminio, esporta in tutto il mondo.

E soprattutto le considerazioni non valgono per buona parte delle aziende straniere che si sono insediate in Serbia negli ultimi anni, come ad esempio la francese Lohr (veicoli militari e per trasporto auto, tram urbani, ecc.) che ha espressamente scelto la Serbia per produrre bisarche destinate al mercato russo.

“Nella stessa direzione si stanno muovendo diverse aziende italiane nel settore dell’abbigliamento, dei mobili, delle calzature per le quali stiamo avviando le procedure di rilascio dei certificati di origine (Form A) da presentare alle Dogane russe”, spiega Darko Mamula, responsabile del desk italiano della Camera di Commercio Serba.

Turchia

Importante anche, se molto più recente, è l’accordo con la Turchia. I motivi, anche in questo caso sono politici. La “visione” di Ankara è quella di porsi come punto di riferimento di un vasto spazio economico costituito da Paesi come la Serbia, le cui economie gravitano attorno all’Unione Europea senza farne parte, in aggiunta alla Russia, ai Paesi del Caucaso e dell’Asia Centrale e al Medio Oriente.

In pratica è il vecchio impero ottomano. In questo contesto, per le imprese turche, la ex Jugoslavia, inclusa la Serbia, rappresenta un mercato importante. Le banche turche, ad esempio, hanno contribuito a finanziare la ricostruzione della rete autostradale serba mentre Turkish Airlines si è offerta per acquisire la compagnia aerea serba (Jat) e i maggiori gruppi finanziari turchi hanno iniziato a investire in catene commerciali, alberghi, banche serbe.

Per questo motivo Ankara ha accettato di siglare nel 2010 un accordo asimmetico con Belgrado che consente alle imprese serbe di esportare, da subito, verso la Turchia in esenzione di dogana. La libera esportazione in Serbia dei prodotti turchi è prevista invece solo a partire dal 2015.

Attualmente dalla Serbia giungono in Turchia prevalentemente prodotti della metallurgia, pneumatici, mais, ortofrutta. Ma il quadro si può allargare. “L’ingresso in Turchia in esenzione di dogana è un’opportunità a cui stanno guardando diverse aziende italiane insediata in Serbia soprattutto nel settore abbigliamento”, spiega Vesna Stajic, responsabile del desk tessile della SIEPA, l’Agenzia serba che presiede alla promozione degli investimenti nel Paese.

Accordi con Cefta, Efta e Bielorussia

La Serbia è anche il principale partner dell’accordo Cefta, in vigore ormai dal 2007, con cui viene creata una Comunità di libero scambio tra i Paesi della ex Jugoslavia, che non fanno ancora parte dell’Unione Europea (Bosnia Erzegovina, Kosovo, Croazia, Macedonia, Montenegro) a cui si è aggiunta l’Albania.
E’ un mercato di 29 milioni di consumatori verso il quale la Serbia esporta soprattutto prodotti della metallurgia e carbone, ma anche prodotti alimentari e di altro tipo per un valore vicino al miliardo di dollari annui. Anche in questo caso l’accesso in esenzione di dazio richiede che una quota preponderante di valore aggiunto sia stata prodotta in Serbia o comunque in uno spazio europeo allargato (certificazione EUR 1).

Belgrado ha siglato anche altri accordi di libero scambio con i Paesi dell’Efta (Svizzera, Norvegia, Lichtenstein e Islanda) e con la Bielorussia.

Attrazione investimenti esteri e costi di produzione

L’obiettivo di questi accordi è di attrarre un volume maggiore di investimenti esteri nel Paese da parte di aziende europee unendo i vantaggi doganali ad altri quali:

  • il costo del lavoro particolarmente contenuto
  • la tassazione dei redditi privati e d’impresa limitata al 10%
  • l’erogazione di contributi a fondo perduto per chi crea occupazione.

Oggi il costo del lavoro mensile di un operaio in Serbia è attorno ai 400 euro. In Russia, già sale a 500 euro e a livelli ancora superiori in Turchia. Il tutto si confronta con più di 2.000 euro dell’Italia e i circa 2.700 euro di Francia e Germania.

Ma soprattutto la Serbia, non essendo esposta alle normativa UE, ha potuto introdurre dei fortissimi incentivi per le imprese che investono nel Paese rilevando aziende pre-esistenti oppure aprendo nuovi siti produttivi. Sono contributi a fondo perduto che vanno da un minimo di 2mila a un massimo di 10mila euro per ogni nuovo impiego creato (inclusa l’assunzione di lavoratori in casa integrazione).
Il livello di sussidio è stabilito dal Governo Centrale e dalle Autorità locali sulla base di una valutazione che, per le attività manifatturiere, tiene conto dei seguenti criteri:

  • referenze dell’investitore
  • ricorso a subforniture effettuate da imprese serbe e, in generale, effetto indotto sull’economica locale (servizi inclusi)
  • sostenibilità economica
  • impatto ambientale
  • qualificazione delle risorse umane
  • attività di ricerca e sviluppo correlate all’attività avviata
  • sostituzione di prodotti e beni importati
  • ricadute di sviluppo sulla comunità locale.

Per investimenti di rilevanti dimensioni (sopra ai 50 milioni o con un’occupazione aggiuntiva di almeno 300 persone) si aggiungono ulteriori incentivi a fondo perduto che possono arrivare a coprire il 20% dell’investimento.

Nel caso della Fiat, che ha rilevato lo stabilimento della vecchia Zastava garantendo l’assunzione di almeno 1.000 lavoratori (Zastava ne aveva 2.600) lo Stato serbo si è assunto anche i costi (non indifferenti) di bonifica del sito.

I contributi a fondo perduto vengono erogati in genere in quattro fasi:

  • la prima al momento della chiusura del contratto d’affitto a lungo termine del terreno
  • la seconda quando le Autorità locali rilasciano il permesso di costrizione
  • la terza dopo il rilascio della licenza di agibilità della fabbrica e di avvio dell’attività
  • l’ultima al momento in cui gli obiettivi occupazionali concordati vengono raggiunti.

A oggi l’ammontare degli aiuti a fondo perduto erogati dalla Siepa, l’Agenzia di Stato preposta al supporto degli investimenti, ammonta a circa 120 milioni di euro (senza contare il dossier Fiat), con cui sono stati attivati investimenti per 860 milioni di euro che hanno consentito la creazione di quasi 28mila posti di lavoro.

Da non sottovalutare, infine, il supporto offerto alle aziende che scelgono di insediarsi in una delle 8 Free Trade Zones (aree industriali in regime di porto franco) localizzate in prossimità delle maggiori città: Pirot, Subotica, Zrenjanin, Kragujevac, Sabac, Nis, Novi Sad and Uzice.

Queste aree sono servite da allacciamenti stradali e ferroviari, servizi a rete (elettricità, acqua) e dispongono di uffici doganali interni. Le agevolazioni sono quelle tradizionali per questo tipo di aree: importazione ed esportazioni in esenzione di dazio per le attività da e verso l’estero e all’interno delle aree stesse. Piena libertà per l’effettuazione di transazioni valutarie per attività di import ed export e il trasferimento degli utili. Terreni, capannoni e uffici vengono messi a disposizione con contratti di leasing a lungo termine sulla base di prezzi relativamente contenuti.

Massimo Di Nola
In collaborazione con Radiocor Sole 24 Ore