Quando il distributore è stabile organizzazione personale

Agire all'estero tramite distributori può comportare, al verificarsi di certe condizioni disciplinate dai trattati contro le doppie imposizioni e dalle normative interne dei singoli Stati, l'individuazione di una stabile organizzazione. La mancata valutazione di tali ipotesi, pone l'operatore economico di fronte a inevitabili rischi.

Molte imprese stipulano contratti di distribuzione con entità estere in virtù dei quali il distributore si obbliga a rivendere, su un dato territorio, i prodotti forniti dalla prima.

Se da un lato la conclusione di simili accordi consente all'imprenditore di aumentare il suo fatturato evitando i costi di una struttura locale, da un punto di vista fiscale l’utilizzo della figura del distributore può configurarsi quale stabile organizzazione personale (“agente dipendente”), in un dato Stato, di un soggetto (cd. “tradens“) residente in un altro Paese.

Requisiti Stabile organizzazione personale

La stabile organizzazione rappresenta il criterio, pressoché universalmente accolto, per l’imposizione di un’attività economica svolta da un soggetto in un Paese diverso da quello di residenza.

È importante identificare i requisiti in presenza dei quali un’entità, presente su un dato Stato, possa qualificarsi quale stabile organizzazione di un soggetto giuridico con sede in un altro Stato.

L’agent clause (“stabile organizzazione personale”) è contenuta nei paragrafi 5 e 6 dell’art. 5 del Modello OCSE, il quale, con varianti marginali, è replicato in tutte le convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia. Ai sensi del paragrafo 5 dell’art. 5 del Modello OCSE:

“Se una persona, diversa da un agente che goda di uno status indipendente, agisce per conto di un’impresa ed abitualmente esercita in uno Stato contraente il potere di concludere contratti a nome dell’impresa, si può considerare che tale impresa abbia una stabile organizzazione in detto Stato”.

Si desume quindi che la fattispecie della stabile organizzazione personale si rinviene qualora si verifichino congiuntamente le seguenti ipotesi:

  • l’agente estero non goda di uno status indipendente
  • l’agente estero opera per conto dell’impresa nazionale
  • l’agente dispone di poteri che gli permettono di concludere, nello Stato estero, contratti in nome dell’impresa e di cui ne faccia abitualmente uso. Il potere di concludere contratti deve riguardare l’attività propria dell’impresa.

L’agente può essere una persona fisica ovvero una persona giuridica.

Proseguendo nella lettura del paragrafo 6 dell’art. 5 del Modello OCSE, si afferma che:

Non si considera che un’impresa abbia una stabile organizzazione in uno Stato contraente per il solo fatto che essa esercita in detto Stato la propria attività per mezzo di un mediatore, di un commissionario generale o di ogni altro intermediario che goda di uno status indipendente, a condizione che dette persone agiscano nell’ambito della loro ordinaria attività.

In relazione allo status di indipendenza, il Commentario al Modello OCSE afferma che una persona non costituisce stabile organizzazione dell’impresa per conto della quale agisce solo se:

  • è indipendente dall’impresa sia giuridicamente che economicamente, e
  • agisce nell’ambito della propria ordinaria attività.

Test di indipendenza

Per quanto riguarda il test di indipendenza giuridica, sono elementi indicatori di dipendenza il fatto che il rischio dell’affare ricada esclusivamente sull’impresa estera e non sull’agente, oppure nel caso in cui l’agente subisca limitazioni nello svolgimento della propria attività e/o sia soggetto ad un significativo controllo riguardo al modo in cui svolge tale attività.

Per quanto riguarda il test di indipendenza economica, un elemento che assume rilievo in tal senso è il numero di preponenti che l’agente rappresenta. La circostanza che l’agente svolga la propria attività interamente o, per lo più, a favore di un unico preponente, durante tutto il periodo in cui esercita la propria attività o per un significativo periodo di tempo, potrebbe costituire un indizio di dipendenza economica.

Inoltre, in aderenza a quanto previsto dal paragrafo 6 dell’art. 5 del Modello OCSE, al di là degli elementi indicatori del grado di indipendenza sopra menzionati, è altresì necessario che il distributore agisca nell’ambito della sua attività ordinaria di impresa, rappresentata, nel nostro caso, dalla commercializzazione, su un dato territorio, di beni o merci forniti dal tradens.

Conclusioni

È fondamentale prestare la massima cautela nel delineare la sostanza dei rapporti contrattuali di distribuzione, in modo che essi non prevedano l’attribuzione ai distributori non residenti di poteri negoziali eccedenti la distribuzione dei prodotti nel mercato estero.

Nella formulazione del contratto è bene limitare l’attività del distributore esclusivamente alla vendita dei beni o delle merci fornite dal tradens, evitando di attribuirgli anche il potere di concludere contratti con effetti vincolanti per tradens medesimo.

Sempre al fine di evitare il configurarsi della fattispecie della stabile organizzazione, risulterà altresì necessario che dal contratto di distribuzione emerga in modo chiaro l’autonomia economica-imprenditoriale del distributore, il quale si dovrà assume interamente il rischio connesso all’attività esercitata e, ove possibile, evitando che lo stesso agisca esclusivamente o quasi esclusivamente per un unico mandante per tutta la durata della propria attività o per un lungo periodo di tempo.

Indizio dell’assenza di rischi d’impresa è sicuramente costituita dalla circostanza che la remunerazione del distributore non sia calcolata in base ad una provvigione sul fatturato, ma da una quota fissa, così escludendo a priori il rischio per il distributore di incorrere in perdite economiche.

Natale Galimi